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    March 24

    A 30 ANNI DELLA MORTE DI RODOLFO WALSH

     

      

    Lettera aperta alla Giunta militare

    Buenos Aires, 24 marzo 1977

     

    1. La censura sulla stampa, la persecuzione

    degli intellettuali, la violazione della

    mia casa nel Tigre, l’assassinio di amici

    cari e la perdita di una figlia che è morta

    combattendovi sono alcuni dei fatti che

    mi obbligano a questa forma di espressione

    clandestina, dopo aver discusso

    liberamente come scrittore e giornalista

    durante quasi trent’anni.(...)

    Il 24 marzo 1976 avete rovesciato

    un governo di cui facevate parte, al cui

    discredito avete contribuito come esecutori

    della sua politica repressiva, il cui

    termine era segnato da elezioni convocate

    entro nove mesi. In quella prospettiva ciò

    che voi avete stroncato non è stato il mandato

    provvisorio di Isabel Martínez,2 ma

    la possibilità di un processo democratico

    in cui il popolo rimediasse ai mali che voi

    avete continuato e aggravato.

    Riempite le carceri ordinarie, avete

    creato nelle principali guarnigioni del

    paese virtuali campi di concentramento

    nei quali non sono ammessi giudici, avvocati,

    giornalisti, osservatori internazionali.

    Il segreto militare dei procedimenti,

    invocato come necessità dell’indagine,

    trasforma la maggior parte delle detenzioni

    in sequestri che consentono la tortura

    senza limiti e la fucilazione senza

    processo.(...)

    Attraverso successive concessioni al

    presupposto che il fine di sterminare la

    guerriglia giustifica tutti i mezzi che usate,

    siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale,

    metafisica, a mano a mano che il

    fine originale di ottenere informazioni si

    smarrisce nella mente perturbata di chi la

    esercita per cedere all’impulso di calpestare

    la sostanza umana sino a frantumarla

    e farle perdere la dignità che il carnefice ha

    perduto, che voi stessi avete perduto.(...)

    Con questi enunciati si esaurisce la finzione

    di bande di destra, presunte eredi

    delle Tre A di López Rega,10 in grado di

    attraversare la maggior guarnigione del

    paese su camion militari, di coprire di

    morti il Río de la Plata o di gettare prigionieri

    in mare dai mezzi di trasporto

    della Prima Brigata Aerea,11 senza che se

    ne accorgano il generale Videla, l’ammiraglio

    Massera o il brigadiere Agosti.(...)

    Comprimendo i salari col calcio

    del fucile mentre i prezzi salgono sulla

    punta delle baionette, abolendo ogni forma

    di protesta collettiva, vietando assemblee

    e commissioni interne, allungando orari,

    aumentando la disoccupazione al record

    del 9%,promettendo di aumentarla con

    300mila nuovi lincenziamenti, avete retrocesso

    i rapporti di produzione agli inizi

    dell’età industriale e quando i lavoratori

    hanno voluto protestare li avete chiamati

    sovversivi, sequestrando interi gruppi di

    delegati, che in alcuni casi sono riapparsi

    morti e in altri non sono riapparsi.(...)

    Basta camminare per qualche ora nel

    Gran Buenos Aires per verificare la rapidità

    con la quale una simile politica l’ha

    trasformata in una città-miseria di dieci

    milioni di abitanti(...)

    Se una propaganda opprimente, riflesso

    deforme di malvagità, non pretendesse

    che codesta giunta procura la pace, che

    il generale Videla difende i diritti umani

    o che l’ammiraglio Massera ama la vita,

    bisognerebbe ancora chiedere ai signori

    comandanti in capo delle Tre Armi di

    meditare sull’abisso al quale conducono

    il paese, nell’illusione di vincere una

    guerra che, anche se ammazzassero l’ultimo

    guerrigliero, non farebbe altro che

    ricominciare sotto nuove forme, poiché

    le cause che da più di venti anni dànno

    impulso alla resistenza del popolo argentino

    non spariranno, ma si aggraveranno

    per il ricordo della strage avvenuta e la

    rivelazione delle atrocità commesse. Queste

    sono le riflessioni che nel primo anniversario

    del vostro infausto governo ho

    voluto far arrivare ai membri di codesta

    Giunta, senza speranza di essere ascoltato,

    con la certezza di essere perseguitato,

    però fedele all’impegno che ho assunto da

    molto tempo di dare testimonianza nei

    momenti difficili.

     

                       Rodolfo Walsh

     

                                                 

     

                                                

    February 09

    SINDACATO DI PRECARI

     

                              San precario da Buenos Aires

    Per combattere lo sfruttamento nasce a Buenos Aires il Coordinamento dei lavoratori precari

     
    Una buona notizia ha chiuso l’anno in Argentina: grazie agli studenti delle facoltà di Filosofia, Scienze sociali e Lettere della capitale, Buenos Aires, è nato il sindacato dei lavoratori precari.
    L’obiettivo dell’organizzazione, il cui nome per esteso è Coordinadora de Trabajadores Precarizados, è quello di condividere le esperienze dei lavoratori e mettere a punto nuove strategie che permettano di resistere a un modello lavorativo che li sfrutta.
     
    Novità in vista. Da oggi, dunque, camerieri, impiegati dei call center e praticanti degli studi professionali, che guadagnano stipendi molto bassi e non godono di tutti i diritti del mondo del lavoro, sono un po’ meno soli. E il primo dibattito sottoposto all’attenzione della Coordinadora è quello sull’effettiva efficacia del praticantato per gli studenti. “Vorremmo che il praticantato fosse riconosciuto come un lavoro” racconta Emilio Arango, uno dei partecipanti alla riunione della Coordinadora e membro dell’associazione Oficios Varios. “Quando eserciti un praticantato ti dicono che serve per il tuo futuro, che è un buon trampolino di lancio per una folgorante carriera, ti dicono che è una possibilità per guadagnare del denaro o che ti serve per fare carriera. Poi in effetti si lavora tanto quanto i regolari, però senza vacanze e senza tredicesima”.
     
    Precari. I precari, hanno deciso di formare tre commissioni di lavoro: una commissione stampa  e diffusione, un'altra che si occupi di analizzare con strumenti legali la difesa dei diritti dei lavoratori e una terza che studi il ruolo delle università nel mondo dei precari. Anche in questo caso la creazione delle commissioni di lavoro ha uno scopo ben preciso, come assicura Arango: dimostrare che il precariato non è solo una condizione giovanile, e nemmeno propria di un solo genere di lavoro. La precarietà quindi è vista non come un problema sociale ma come un nuovo modello lavorativo. Per Arango, però,  “La vera sfida consisterà nel trovare una forma innovativa che non sia legata ai vecchi sistemi di resistenza del sindacato. Chi ha voluto la precarietà è stato molto creativo per levarsi dai piedi il costo del lavoro. Noi con la Coordinadora, dobbiamo essere altrettanto creativi per difenderlO".
     
                                                     Alessandro Grandi/Peace reporter
    December 10

    UN FILM DA NON PERDERE...

             LA DIGNIDAD DE LOS NADIES
                                 LA DIGNITA' DEGLI ULTIMI
                          di Fernando "Pino" Solanas
     
     

    Sappiamo quello che non vogliamo, dicono i protagonisti, e quello che vogliamo lo costruiremo insieme".

     Durante gli anni ’90 reiterarono l’idea che la realtà non poteva essere cambiata, che, dovevamo rassegnarci alla via unica neoliberista. Una cultura della sconfitta, amnesiaca, e ipocrita, si infiltrò nel profondo dei sentimenti di milioni di persone. Ma un’altra realtà veniva dimostrata, diversa, attraverso mille di atti individuali e collettivi. Con “La Dignità…” ho voluto rivelare le piccole vittorie e prodezze quotidiane dei “nessuno” (los nadies), alternative e proposte solidali che dimostrano come un mondo può essere cambiato.Fernando "Pino" Solanas".
     

    Diceva Eduardo Galeano che i “nessuno” ( los nadies) erano quelli che costavano meno della pallottola che li ammazzava, i poveri che  nonostante avessero tutto contro, continuavano a vivere tentando, aspettando.

    "Una fabbrica può funzionare senza padrone, ma non funziona senza operai" dicevano nelle fabbricche recuperate.
     
    December 07

    I MAPUCHE CONTESTANO BENETTON

        LA TIERRA NO SE VENDE

    I mapuche contestano Benetton Le prime uscite di shopping natalizio, al centro di Roma, hanno avuto mercoledì 6 dicembre un fuoriprogramma. Due rappresentanti del popolo indigeno mapuche, Rogelio Fermin e Dina Huincaleo, arrivati dall’Argentina, hanno contestato la multinazionale italiana Benetton, con un’azione davanti al negozio dell’azienda, a Piazza di Spagna. Le foto sono di Simona Granati.

    http://www.carta.org/

    Roma: indigeni Mapuche protestano contro la Benetton mercoledì, 06 dicembre, 2006

    Terre ancestrali dei Mapuche - da nadir.org Una delegazione di indigeni Mapuche, popolo nativo della Patagonia Argentina ha manifestato oggi contro la Benetton di fronte ad una delle sue principali filiali, a Piazza di Spagna - informa l’associazione A Sud. Il popolo Mapuche, che vive nella regione della Patagonia, denunciato il gruppo italiano Benetton - proprietario di oltre 900 ettari nel sud dell’Argentina - perchè responsabile dell’espropriazione e dello sfruttamento delle terre indigene.

    Il conflitto risale all’ottobre 2002 quando la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir, proprietaria di 250 etteri di terra nella provincia di Chubut, 1500 chilometri a sud est di Buenos Aires, venne espulsa dalle proprie terre per volontà della compagnia italiana. In quella zona, è stato dimostrato, sono presenti giacimenti minerari d’oro. La denuncia della famiglia Curiñanco-Nahuelquir si risolse, nel maggio successivo, con una sentenza del tribunale locale che proclamò proprietaria della terra la Compagnia Tierras Sud Argentino, impresa di orgine britannica appartenente al consorzio tessile italiano dal 1991.

    In seguito alla sentenza intervenne il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. In una lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica, Pérez Esquivel denunciò che la Benetton, come altre grandi imprese straniere presenti nella zona, appropriandosi dei territori indigeni impedisce alle comunità native l’accesso all’acqua e alle vie di comunicazione.

    “Provo stupore e dolore a sapere che lei, un imprenditore di livello internazionale, si è avvalso dei soldi e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere le terre ad una povera famiglia di fratelli Mapuche, nella provincia di Chubut, nella Patagonia argentina” - scriveva Pérez Esquivel. “Le cittadine e i cittadini di Treviso, sede delle sua azienda, non so cosa pensano delle sue attività. Mi auguro che reagiscano con senso critico e pretendano che lei si agisca con dignità, restituendo questi 385 ettari ai suoi legittimi proprietari, ponendo fine a questo furto. Sarebbe un gesto di grande levatura morale e le assicuro che ne riceverebbe di più che con le terre” - concludeva il Premio Nobel. A distanza di anni il conflitto è ancora aperto. [GB]

    http://unimondo.oneworld.net

    TUTTI GLI ARTICOLI E FOTO CORRELATE AL LINK:

    http://www.edoneo.org/Diez.html

    July 04

    I COLORI INVISIBILI DI BENETTON

    Ve la potete tenere
    La terra che Benetton ha dato ai mapuche è inutilizzabile, una beffa restituita al mittente
    I 7514 ettari di terra che Luciano Benetton ha restituito ai mapuche sono inutilizzabili. E l’amministrazione provinciale di Chubut li rinvia al mittente.
     
    L’apparenza inganna. La lunga diatriva fra gli indigeni mapuche d’Argentina e la multinazionale italiana Benetton non si placa. L’appezzamento che il patron di Treviso – proprietario di quasi un milione di ettari in Patagonia - aveva deciso di restituire ai legittimi proprietari, attraverso l’intermediazione del governo di Chubut, è stato passato al setaccio dall’Istituto nazionale di tecnologia agricola, che ne ha certificato “la poca ricettività produttiva”: solo il cinque percento del totale può essere utilizzato.
     
    Il gioco delle parti. Questa donazione, effettuata nel 2004 da Benetton tramite la Compañia de Tierras del Sud Argentino, azienda prestanome, era stata pensata come unica soluzione a una disputa che vede gli indigeni appellarsi al loro diritto naturale contro quella che loro definiscono un’occupazione illecita. Da una parte c’è, dunque, un governo argentino che con faciloneria ha continuato per decenni a vendere terre ancestrali mapuche, come se fossero statali, rimandando perennemente la questione indigena, trascurandola. Dall’altra c’è una multinazionale che ha legalmente comprato delle terre e si affida a un diritto di proprietà acquistato a suon di pesos. Molte volte i Benetton e imMapuche sono arrivati ai ferri corti.
     
    Problema aggirato. Quei 7514 ettari, dunque, erano stati pensati dalla multinazionale quale maniera per lavarsi la coscienza con gli indigeni: “E’ un contributo concreto, simbolico, alla soluzione di uno scontro storico”, aveva commentato l’azienda italiana. Ma i mapuche, fin da subito, si erano rifiutati di accettarla: “Qui non si tratta di fare filantropismo”, avevano precisato, “Benetton non può donare quello che non gli appartiene”.
    Ed era stato allora che la Compañia de Tierras del Sud Argentino aveva aggirato il problema, cambiando destinatario. Nel novembre del 2005 la proprietà fu offerta al governo di Chubut, zona a maggioranza indigena, con il fine ufficiale di “concretizzare un progetto sostenibile a beneficio delle famiglie aborigene della regione”. In un comunicato pieno di buone intenzioni, spiegava: “Abbiamo optato per la politica del possibile, dando un apporto completo che unisca la qualità alla quantità. Probabilmente saremo i primi a farlo, ma a noi interessa che questa iniziativa sia presa anche da altri, per contribuire alla soluzione del problema secolare”. Da qui lo studio di fattibilità affidato dal governo di Chubut agli ingegneri agronomi dell’Agencia de Extension de Esquel del Instituto Nacional de Tecnologia Agropecuaria (Inta).
     
    A caval donato… Si tratta di una zona a cinquanta chilometri dalla località di Gualjaina e a 150 da Esquel. La proprietà avrebbe dovuto restare in mano alla provincia, che l’avrebbe però destinata a esclusivo uso e consumo del popolo mapuche, che a sua volta avrebbe elaborato progetti produttivi per lavorarla. Poi la doccia fredda. Non solo il terreno ha poca ricettività produttiva, ma anche gli investimenti necessari per utilizzarla e renderla produttiva nel tempo sono risultati “sproporzionati”. Secondo i normali parametri produttivi, si tratta di una terra che, nonostante l’estensione, può bastare a sfamare al massimo due famiglie. “Per il 95 percento è composta da zone alluvionali, aree montuose, gole profonde, terreni rocciosi, e le poche zone su pendii lievi sono esposte a condizioni climatiche molto avverse, con venti forti e temperature estreme”. Quindi non solo la produzione agricola risulta impossibile, ma anche l’allevamento. Da qui la decisione del governo di Chubut di restituire tutto al mittente. Che Benetton contasse sul proverbio “A caval donato non si guarda in bocca”?  
     
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    June 26

    DARIO Y MAXI PRESENTES!!!!!

    Y MARCHARAN AL CIELO (Maxi y Darío)

     

    Si queda en el recuerdo                           

    la magia y su nobleza

    haciendo grande la historia,

    hablarán generaciones

    de dos amigos en lucha

    que marcharon a la gloria.

    si al recibir en herencia

    el valor del “sí me meto”

    y asumir el “sí me quedo”,

    se cantara en muchas marchas

    la grandeza del “sí quiero”,

    la alegría del “sí puedo”.

    los excluidos seran incluidos

    en los sueños de Maxi

    negando lo imposible....

    los indiferentes serán solidarios

    siguiendo a Darío

    hacia el futuro creíble.

    los cómodos harán horas extras

    para cambiar algo 

     

     

    los tristes marcharán sonriendo,

    creyendo en las promesas

    y los desocupados harán cooperativas

    de amor propio.

    Los enfermos curarán sus miedos,

    los hambrientos llenaran sus ollas,

    las soledades tendrán compania

    y el temor se hará valiente.

    Cuando Darío y Maxi

    se conviertan en cuentos

    y leyendas,....

    cuando sean canciones

    y poesías,

    piquetes y bandera,

    habremos aprendido

    que la tierra prometida

    es nuestro suelo

    y el esperado hombre nuevo

    es nuestro pueblo

     

                                                          Beto Arias

                                                                       Neuquen 11/6/04   

    May 28

    NO ALLA OMOFOBIA

    Un calcio alla discriminazione
    Il Mondiale di calcio degli omosessuali sbarca in America Latina sfidando il machismo
    Di Mondiali non ce n’è solo uno. Da un po’ di tempo, quello che la Fifa, massima autorità internazionale del calcio, organizza ogni quattro anni, non vanta più l’esclusiva. Ne hanno realizzato un altro, ormai alla sua quinta edizione: si svolgerà dal 23 al 29 settembre 2007 e si terrà a Buenos Aires. È quello degli omosessuali, ideato dall’Associazione internazionale di Calcio Gay e Lesbiche (Iglfa).
     
    La scelta. “Crediamo che il calcio sia un modo perfetto per mantenere e promuovere in giro per il mondo il rispetto per gli omosessuali”, è scritto a chiare lettere sul sito web dell’Associazione. Da qui un Mondiale. Si tratta di una rete internazionale di squadre, maschili e femminili, che si affrontano sia in gironi tradizionali che di calcio a 7. Dopo le scorse edizioni svoltesi ad Amsterdam, Londra, Sidney e Boston, è toccato a una città dell’America Latina. Fra le tre prese in considerazione, Buenos Aires ha prevalso su Lima e Rio de Janeiro.
     
    Salto nel vuoto. Per il Sud America è un evento, una grande scossa al moralismo prevalente. È la prima volta, nel continente machista, che un appuntamento sportivo internazionale viene dedicato agli omosessuali ed è una scelta che presuppone molto coraggio e disponibilità al rischio. Quello latinoamericano è un continente dove la maggior parte dei paesi sta ancora discutendo se aprirsi al divorzio e all’aborto. La Chiesa di Roma domina sulla società e la sua morale incombe. Ma aver scelto Buenos Aires è una sorta di salto nel vuoto con la rete di protezione. La capitale argentina è la prima città latinoamericana che ha permesso ai gay e alle lesbiche di unirsi civilmente. È una legge del 2003 che lo stabilisce. È un’oasi felice, una mistura di gente diversa, dalle mille estrazioni, dalle mille mentalità. Un modo meno rischioso, quindi, per inserirsi nel complesso scenario latinoamericano.
     
    La speranza. “Questo campionato è molto importante per noi – ha commentato il presidente dell’Iglfa, Tomas Gomez, peruviano – Con questa iniziativa vogliamo diffondere anche in questo continente i nostri principi di comprensione e di rispetto degli uomini e delle donne gay. Desideriamo che questo torneo abbia un impatto positivo per il futuro della comunità omosessuale latinoamericana e siamo sicure che con l’impronta latina sarà ancor più divertente”. 
     

    Il coraggio. Un sorriso soddisfatto tradisce la felicità del presidente della Comunità Omosessuale Argentina (Cha), Cesar Cigliutti, per la scelta della Federazione: “E’ un’occasione importante per la nostra comunità. È un modo per rendersi visibili in un ambito dominato dall’omofobia e dal maschilismo come quello del calcio argentino”. Cigliutti è un precursore per l’intero continente. Non solo presidente della più vecchia e combattiva associazione gay argentina, ma anche il primo in America Latina ad essersi sposato con un altro uomo. “Penso che la nostra comunità abbia buone speranze anche qui, nonostante l’influenza della Chiesa Cattolica. È vero che più dell’80 percento della popolazione le appartiene, ma è altrettanto vero che la gente crede nella separazione dello Stato dalla Chiesa. La Chiesa dice di non usare i preservativi, ma i ragazzi li usano lo stesso. La Chiesa dice di non divorziare, ma dove è permesso divorziano ugualmente. No al sesso prima del matrimonio, e tutti lo fanno senza problemi. Guardo al futuro con fiducia, dunque”.

                                        Stella Spinelli-PeaceReporter

    May 11

    BENEDETTA DITTATURA....

    E.T.R./1

    IL LATO OSCURO DEL CARDINALE

    In un libro le collusioni dell'arcivescovo di Buenos Aires con la dittatura militare

    Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
     
    I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l'istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
     
    La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
     
    Botta e risposta.  Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
    E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
     
    Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
    Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo.
     
    Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori  per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.
    Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.
    Peace Reporter
     

    March 25

    24 MARZO IN PLAZA DE MAYO!!!

    IN 100.000 HANNO DETTO:MAI PIU'!  
     
      
    Hostfiles.org
    March 24

    A 30 ANNI DEL COLPO MILITARE IN ARGENTINA...

     
    1976-24 MARZO-2006 
     
     
     Hostfiles.org
           
    March 22

    IL VIOLENTO LAVORO DI SCRIVERE

    Lettera aperta alla Giunta militare

    di

    Rodolfo Walsh

    La censura sulla stampa, la persecuzione degli intellettuali, la violazione della

    mia casa nel Tigre, l’assassinio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta

    combattendovi sono alcuni dei fatti che mi obbligano a questa forma di

    espressione clandestina, dopo aver discusso liberamente come scrittore e

    giornalista durante quasi trent’anni.
    Il primo anniversario di codesta Giunta militare è stato occasione di un bilancio

    dell'attività di governo in documenti e discorsi ufficiali, nei quali ciò che voi

    chiamate successi sono errori, ciò che riconoscete come errori sono delitti e ciò

    che omettete sono calamità.
    Il 24 marzo 1976 avete rovesciato un governo di cui facevate parte, al cui

    discredito avete contribuito come esecutori della sua politica repressiva, il cui

    termine era segnato da elezioni convocate entro nove mesi. In quella

    prospettiva ciò che voi avete stroncato non è stato il mandato provvisorio di

    Isabel Martínez, ma la possibilità di un processo democratico in cui il popolo

    rimediasse ai mali che voi avete continuato e aggravato.
    Illegittimo nella sua origine, il governo che voi gestite poteva legittimarsi nei fatti

    recuperando il programma sul quale confluì nelle elezioni del 1973 l’80% degli

    argentini e che sussiste come espressione obiettiva della volontà del popolo,

    unico significato possibile di quella «essenza nazionale» che voi tanto spesso

    invocate.
    Invertendo quel percorso voi avete restaurato la corrente di idee e interessi di

    minoranze sconfitte che ostacolano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano

    il popolo e disgregano la Nazione. Una tale politica si può imporre solo

    temporaneamente, proibendo i partiti, commissariando i sindacati, imbavagliando

    la stampa e instaurando il terrore più profondo che la società argentina abbia

    conosciuto.
    Quindicimila scomparsi, diecimila detenuti, quattromila morti, decine di migliaia di

    esiliati sono la nuda cifra di codesto terrore.
    Riempite le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese

    virtuali campi di concentramento nei quali non sono ammessi giudici, avvocati,

    giornalisti, osservatori internazionali. Il segreto militare dei procedimenti, invocato

    come necessità dell’indagine, trasforma la maggior parte delle detenzioni in

    sequestri che consentono la tortura senza limiti e la fucilazione senza processo.
    Più di settemila ricorsi di habeas corpus hanno ricevuto risposta negativa

    quest’ultimo anno. In altre migliaia di casi di scomparsa il ricorso non è stato

    neppure presentato, poiché si sa in anticipo la sua inutilità o perché non trova

    avvocato che osi presentarlo, dopo che i cinquanta o sessanta che lo facevano

    sono stati a loro volta sequestrati.
    In codesto modo voi avete liberato la tortura da ogni limite di tempo. Se il

    detenuto non esiste, non c’è possibilità di presentarlo al giudice entro dieci

    giorni, così come impone la legge, rispettata persino negli eccessi repressivi di

    precedenti dittature.
    A complemento dell’assenza di limiti di tempo, l’assenza di limite nei metodi

    retrocede a epoche nelle quali si operava direttamente sulle articolazioni e sulle

    viscere, adesso con sussidi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli

    antichi carnefici. Il cavalletto, la ruota, i corpi scuoiati vivi, la sega degli inquisitori

    medievali ricompaiono nelle testimonianze insieme con la picana, il

    «sottomarino», la fiamma ossidrica della pratica contemporanea.
    Attraverso successive concessioni al presupposto che il fine di sterminare la

    guerriglia giustifica tutti i mezzi che usate, siete arrivati alla tortura assoluta,

    atemporale, metafisica, a mano a mano che il fine originale di ottenere

    informazioni si smarrisce nella mente perturbata di chi la esercita per cedere

    all’impulso di calpestare la sostanza umana sino a frantumarla e farle perdere

    la dignità che il carnefice ha perduto, che voi stessi avete perduto…

    RODOLFO WALSH

    Hostfiles.org

    Ormai

    Rodolfo sente che il percorso dei montoneros è

    un vicolo chiuso. Entra in polemica con i vertici dell'

    organizzazione guerrigliera, cerca di farsi sentire ma

    rimane inascoltato. Allora decide di abbandonare Buenos

    Aires, compra sotto falso nome una casa in provincia, a

    San Vicente: adesso è un professore di inglese in

    pensione, inizia a ripulire l'orto, pensa di ricominciare a

    scrivere. Riesce a stare tranquillo per poco, ma il suo

    violento officio non gli permette di starsene con una penna in mano a costruire

    innocui castelli tra le nuvole. La notte del 31 dicembre del 1976 interrompe i

    festeggiamenti e si siede alla macchina da scrivere. Quando scoppiano i fuochi

    d'artificio dell'anno nuovo si alza e abbraccia la sua compagna: «Così volevo

    cominciare quest'anno - dice - scrivendo contro questi hijos de puta». La lettera

    che si tiene in corpo riesce a firmarla il 24 di marzo del 1977, nell'anniversario

    del primo anno di dittatura militare. Scrive una lettera sconvolgente e la invia

    proprio all'indirizzo della giunta militare, siglandola «Rodolfo Walsh, scrittore». È

    un atto d'accusa stupendo, di una lucidità esemplare, che inchioda per una

    volta ancora i militari alle loro responsabilità: «Queste sono le riflessioni che nel

    primo anniversario del suo infausto governo ho voluto far pervenire ai membri

    della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere

    perseguitato, ma fedele all'impegno assunto tempo addietro di prestare

    testimonianza nei momenti difficili».

    La melma viene a sommergerlo il giorno dopo di aver inviato la

    lettera alla giunta militare. Nel angolo di via San Juan e Entre Rios

    viene intercettato da un gruppo operativo dell' Esma, la Escuela

    Mecànica de la Armada. Lui tiene nascosta una pistola e mette

    resistenza, ma è gravemente ferito e muore mentre è trasferito....Al

    giorno di oggi continua desaparecido.

    March 21

    LA CHIESA E LA DITTATURA IN ARGENTINA

    BENEDETTA DITTATURA!!
     
    -A una settimana dal colpo militare, Monsignor Primatesta ha concesso la autorizzazione di dare delle liste con gli indirizzi degli insegnanti e degli alunni delle scuole cattoliche all' intelligenza militare. Lasciando atto della sua decisione nel Bollettino Ecclesiastico del Arcivescovatto di Còrdoba. Molte persone di quelle liste sono state rapite.
     
    -il 27 settembre 1976,Paolo VI nel ricevere il nuovo ambasciatore della dittatura Rubèn Blanco, dichiarò il suo sconforto per "i recenti episodi che hanno provocato la perdita di valorose vite umane, incluse quelle di tante persone ecclesiastiche, in circonstanze che ancora aspettano un'adeguata spiegazione ". In quelle parole si riferiva alla uccissioni dei preti palotini e riojani e del vescovo Angelelli, comessi dalla dittatura nei primi due mesi. Ma quando l'ambasciatore ed il Papa sono rimasti soli, quest'ultimo ha detto che il governo militare poteva contare sulla sua comprensione e pazienza ed esaltò "LE RILEVANTI CAPACITA' " del dittatore Jorge Rafael Videla. Così lo  infomò Blanco alla Cancellieria-La commissione esecutiva del clero dichiarò ilsuo appoggio alla dittatura perchè "un fallimento porterebbe, con molta probabilità al marxismo"- secondo quanto si evince dal verbale della riunione della "junta militar" con il clero tenutasi il 15 settembre 1976. La chiesa dimostrò di sapere dei rapimenti, torture, uccisioni di detenuti, di attacchi a vescovi e a preti, controlli dei sermoni nelle chiese e nelle istituzioni ecclesiastiche..
     

    Hostfiles.org

     

    GRAZIE PIURIBELLE PER LA CORREZIONE DEL TESTO!!!

    March 20

    30 ANNI FA.....

    Hostfiles.org
     
     
    All'alba del 24 marzo 1976 un colpo di stato diede inizio ad uno dei periodi più abominevoli della storia argentina. Era il sesto golpe che le forze armate compivano nel giro di neanche trent'anni, ma mai golpe trovò maggiore approvazione di quest'ultimo poiché il discredito di cui godeva il governo della vedova di Perón era tale da far subito beneficiare la "Junta" di un consenso molto ampio, sia a livello nazionale che internazionale. Se nel paese le direzioni dei partiti politici credettero che si trattasse dell’ennesimo golpe e che non appena le forze armate avessero avuto ragione sui guerriglieri ci sarebbero state nuove elezioni, da parte dei militari c’era invece la convinzione che a loro spettasse risolvere i problemi del paese, una volta per tutte.
    Fu così che ebbe inizio il “Processo di riorganizzazione nazionale”, ovvero il golpe che doveva farla finita con tutti gli altri ed in un certo senso é proprio questo che avvenne: la repressione “non esisteva” per il solo fatto che nulla veniva mostrato, nessuno sospettava che gli scomparsi sarebbero arrivati ad un numero di 30mila, i militari argentini riuscirono anzi ad accattivarsi la stampa internazionale usando la vetrina degli iniziali successi in campo economico.  
    Il meccanismo della repressione. Recita testualmente il rapporto della Conadep: "I centri di detenzione furono circa 340 in tutto il paese e costituirono la base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone. Di lì passarono migliaia di uomini e di donne, privati illegalmente della libertà, per periodi che durarono anni o dai quali non sono più tornati.
    Lì trascorsero i loro giorni alla mercé di altri uomini e la loro mente era sconvolta dalla pratica della tortura e dello sterminio; nel frattempo le autorità nazionali che frequentavano tali centri rispondevano all’opinione pubblica nazionale ed internazionale affermando che gli scomparsi si trovavano all’estero o che erano stati uccisi durante rese di conti tra loro. Le caratteristiche fisiche di quei centri, la vita quotidiana al loro interno, rivelavano che furono pensati, prima ancora che per dar morte alle vittime, per sottoporle ad un minuzioso e programmato annientamento degli attributi propri di ogni essere umano.
    Entrare in quei centri significò sempre smettere di essere: a tal fine si cercò di distruggere l’identità dei prigionieri, si modificarono i loro punti di riferimento spazio-temporali, furono maltrattati i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile".