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    January 12

    MADRES CORAJE- MADRI CORAGGIO

     

       

    Sonetto n°XV

    Quando penso che tutto ciò che nasce Resta perfetto un solo breve istante,

    E questa scena immensa offre solo fantasmi Su cui le stelle calano il loro arcano influsso.

    Quando vedo crescere gli uomini come le piante, Favoriti o contrastati dallo stesso cielo,

    E vantarsi in gioventù e al culmine decrescere, Cancellando dalla memoria 1' orgogliosa primavera,

    Allora nel sogno di questa vita precaria, Ti mostri ai miei occhi di gioventù vestito,

    Mentre il tempo e la morte cospirano insieme, Per trasformare in fetida notte il tuo fresco giorno.

    Allora per amor tuo lotto col tempo E come esso ti lacera, io ti risemino ancora.

                                                                                                William Shakespeare

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    April 04

    AFGHANISTAN - 04.04.07

    Lettera a Rahmatullah
    Caro Rahmat,
    l’ultima volta che ci siamo abbracciati - era lo scorso luglio - ci eri venuto incontro a metà strada tra Kabul e Lashkargah.
    Su quella strada pericolosissima ci hai poi accompagnato sino all’ospedale di Emergency, come tante altre volte hai fatto. Il tuo era un abbraccio forte, rassicurante e si leggeva nel tuo sorriso la gioia che fossimo arrivati incolumi sino lì; come poi, durante il proseguo del viaggio, si leggeva nei tuoi occhi attenti la preoccupazione, la tensione, perché ti sentivi responsabile per noi.  Eri senza armi, come tutte le "guardie" di Emergency. Non abbiamo mai circolato protetti da scorte armate.
    E’ vero che il logo di Emergency sulle auto è già una sicurezza, ma, e tu lo sai bene, in guerra mai nessuno è al sicuro.
    Ci conosciamo ormai da molti anni Rahmat, abbiamo riso e scherzato insieme quando noi bevevamo whisky e tu the freddo.
    Siamo così amici che le differenze di cultura e di religione per noi sono diventate solo un elemento di gioco. Come io, Gino, Marina, Claudio e tanti altri di Emergency siamo diventati insieme a te un po’ afgani, tu sei diventato insieme a noi un po’ italiano.
    Credo sia anche per questo che quando hai raggiunto Daniele Mastrogiacomo per liberarlo tu gli abbia detto: “Adesso sei al sicuro, con me è come se fossi già in Italia”.
    Lo abbiamo imparato insieme negli ospedali quanto poco o niente conti la nazionalità o la religione o la parte politica, quando il corpo è ferito. Quante volte hai rischiato, per consentire ad un “nemico” di poter raggiungere l’ospedale ad avere una chance di salvarsi: tante che, per te come per noi, è diventato un fatto naturale al quale nemmeno si pensa.
    Eppure, dopo tanto lavorare a fianco di italiani, davvero un po’ italiano, seppur per gioco, ti sentivi.
    E devi esserti stupito quando, il giorno dopo la liberazione di Daniele, gli uomini armati di Karzai, alle cinque di mattina, hanno fatto irruzione in casa tua per portarti via. Devi aver pensato ad un equivoco, ad un errore che si sarebbe presto risolto.
    Quante volte abbiamo visto insieme negli occhi dei feriti lo stupore oltre che il dolore. Non so se mentre ti torturavano lo stesso stupore fosse nei tuoi occhi. Per il governo italiano, Rahmat, tu non sei italiano nemmeno un po’ e per la tua sorte le ragioni della politica contano più di quelle umane che abbiamo sempre condiviso.
    Non avrei mai pensato di scriverti una lettera senza nemmeno sapere se un giorno potrai leggerla, perché ero sicuro di incontrarti sempre di persona quando vengo in Afghanistan.
    Ti posso solo chiedere scusa e giurare che faremo di tutto perché si possa di nuovo brindare insieme, tu con il the, noi con il whisky.

    Vauro
     PEACEREPORTER.
    March 24

    A 30 ANNI DELLA MORTE DI RODOLFO WALSH

     

      

    Lettera aperta alla Giunta militare

    Buenos Aires, 24 marzo 1977

     

    1. La censura sulla stampa, la persecuzione

    degli intellettuali, la violazione della

    mia casa nel Tigre, l’assassinio di amici

    cari e la perdita di una figlia che è morta

    combattendovi sono alcuni dei fatti che

    mi obbligano a questa forma di espressione

    clandestina, dopo aver discusso

    liberamente come scrittore e giornalista

    durante quasi trent’anni.(...)

    Il 24 marzo 1976 avete rovesciato

    un governo di cui facevate parte, al cui

    discredito avete contribuito come esecutori

    della sua politica repressiva, il cui

    termine era segnato da elezioni convocate

    entro nove mesi. In quella prospettiva ciò

    che voi avete stroncato non è stato il mandato

    provvisorio di Isabel Martínez,2 ma

    la possibilità di un processo democratico

    in cui il popolo rimediasse ai mali che voi

    avete continuato e aggravato.

    Riempite le carceri ordinarie, avete

    creato nelle principali guarnigioni del

    paese virtuali campi di concentramento

    nei quali non sono ammessi giudici, avvocati,

    giornalisti, osservatori internazionali.

    Il segreto militare dei procedimenti,

    invocato come necessità dell’indagine,

    trasforma la maggior parte delle detenzioni

    in sequestri che consentono la tortura

    senza limiti e la fucilazione senza

    processo.(...)

    Attraverso successive concessioni al

    presupposto che il fine di sterminare la

    guerriglia giustifica tutti i mezzi che usate,

    siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale,

    metafisica, a mano a mano che il

    fine originale di ottenere informazioni si

    smarrisce nella mente perturbata di chi la

    esercita per cedere all’impulso di calpestare

    la sostanza umana sino a frantumarla

    e farle perdere la dignità che il carnefice ha

    perduto, che voi stessi avete perduto.(...)

    Con questi enunciati si esaurisce la finzione

    di bande di destra, presunte eredi

    delle Tre A di López Rega,10 in grado di

    attraversare la maggior guarnigione del

    paese su camion militari, di coprire di

    morti il Río de la Plata o di gettare prigionieri

    in mare dai mezzi di trasporto

    della Prima Brigata Aerea,11 senza che se

    ne accorgano il generale Videla, l’ammiraglio

    Massera o il brigadiere Agosti.(...)

    Comprimendo i salari col calcio

    del fucile mentre i prezzi salgono sulla

    punta delle baionette, abolendo ogni forma

    di protesta collettiva, vietando assemblee

    e commissioni interne, allungando orari,

    aumentando la disoccupazione al record

    del 9%,promettendo di aumentarla con

    300mila nuovi lincenziamenti, avete retrocesso

    i rapporti di produzione agli inizi

    dell’età industriale e quando i lavoratori

    hanno voluto protestare li avete chiamati

    sovversivi, sequestrando interi gruppi di

    delegati, che in alcuni casi sono riapparsi

    morti e in altri non sono riapparsi.(...)

    Basta camminare per qualche ora nel

    Gran Buenos Aires per verificare la rapidità

    con la quale una simile politica l’ha

    trasformata in una città-miseria di dieci

    milioni di abitanti(...)

    Se una propaganda opprimente, riflesso

    deforme di malvagità, non pretendesse

    che codesta giunta procura la pace, che

    il generale Videla difende i diritti umani

    o che l’ammiraglio Massera ama la vita,

    bisognerebbe ancora chiedere ai signori

    comandanti in capo delle Tre Armi di

    meditare sull’abisso al quale conducono

    il paese, nell’illusione di vincere una

    guerra che, anche se ammazzassero l’ultimo

    guerrigliero, non farebbe altro che

    ricominciare sotto nuove forme, poiché

    le cause che da più di venti anni dànno

    impulso alla resistenza del popolo argentino

    non spariranno, ma si aggraveranno

    per il ricordo della strage avvenuta e la

    rivelazione delle atrocità commesse. Queste

    sono le riflessioni che nel primo anniversario

    del vostro infausto governo ho

    voluto far arrivare ai membri di codesta

    Giunta, senza speranza di essere ascoltato,

    con la certezza di essere perseguitato,

    però fedele all’impegno che ho assunto da

    molto tempo di dare testimonianza nei

    momenti difficili.

     

                       Rodolfo Walsh

     

                                                 

     

                                                

    March 15

    UN PO' DI GIUSTIZIA

     
     
     
     
     
     
     
    ...COMO A LOS NAZIS LES VA A PASAR,
    ADONDE VAYAN LOS IREMOS A BUSCAR!!!!!!!!
     
     
     
     
     
    gracias Italia,
                  grazie Italia!!!!!!!!
    ERGASTOLO PER 5 EX UFFICIALI ARGENTINI
    La corte d'Assise di Roma ha condanato all'ergastolo 5 ex ufficiali della Marina argentina accusati di aver ucciso 3 cittadini di origine italiana, scomparsi in Argentina nel periodo della dittatura militare. Per Jorge Eduardo "Tigre" Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza, Hèctor Antonio Febres e Antonio Vanek disposta anche la pena accessoria di un anno di isolamento in carcere.Roma 14/03/07
     
     
     
     
    February 27

    8 MARZO GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

    CAMPAGNA INTERNAZIONALE PER IL DIRITTO ALLE VISITE FAMILIARI DI DUE DONNE CUBANE AI LORO MARITI, PRIGIONIERI NEGLI STATI UNITI

     

    Dal 12 settembre 1998, Cinque Cubani soffrono delle ingiuste condanne nelle prigioni degli Stati Uniti per aver controllato le organizzazioni terroristiche di origine cubano-americana con di Miami, che per più di quaranta anni hanno attuato centinaia di attentati terroristici provocando la morte e l’invalidità di 5000 cittadini cubani.

    Alle ingiuste e smisurate condanne (4 ergastoli più 74 anni di prigione) si è aggiunto un castigo crudele per le loro famiglie. A madri, mogli e figli non vengono concessi permessi per le visite familiari. La media delle visite nella maggioranza dei casi è di una volta all’anno. Questa violazione inammissibile del diritto di tutti i prigionieri e diritto dei familiari, è ancor più grave nel caso di due di loro: Renè Gonzalez e Gerardo Hernadez, a cui si proibiscono le visite delle loro mogli.  

    Olga Salanueva, moglie di René, non vede suo marito da sei anni. Adriana Perez, moglie di Gerardo, non ha mai potuto visitare il marito,  sin dal momento del suo arresto. Olga e Adriana sono cittadine cubane esemplari.

    Entrambe hanno sollecitato i visti in 7 occasioni e in 7 occasioni il governo degli Usa lo ha negato.

    Il governo nordamericano non ha nessuna ragione per negare a queste famiglie il diritto di incontrarsi.

    Nella edizione in inglese del libro “Lettere d’amore” che raccoglie la corrispondenza tra i Cinque, le loro mogli ed i loro figli, Alice Walker, scrittrice nordamericana, scrive:      

    Il trattamento che loro hanno ricevuto è vergognoso. Il silenzio su questi trattamenti è ancora più vergognoso. Dove sono i membri del Congresso, i Senatori ed i Congressisti sui quali dovremmo poter contare in casi come questi? Persone che hanno la forza di insistere perchè i prigionieri non siano oggetto di tortura. Che non si deve negare ai loro figli il diritto di vedere i loro genitori, che le loro mogli e le loro madri non siano portate alla disperazione dai numerosi intenti di vedere i loro cari, in questo caso incarcerati ingiustamente”.

    Mendocino, California, 24 luglio 2004

     

    Facciamo un appello a tutte le donne del mondo, per protestare contro questa enorme ingiustizia, dimostrare la nostra solidarietà ed esigere dal governo nordamericano che conceda immediatamente i visti che  permettano loro di visitare i mariti in prigione.            

    In questa battaglia ci accompagnano migliaia di uomini e donne solidali,  compresi 9 premi Nobel. Recentemente, il 17 gennaio, Amnesty International, ha fatto una dichiarazione pubblica a favore di questa causa.

    Esortiamo tutte le donne del mondo a realizzare una forte Campagna Internazionale dall’8 marzo fino al 14 maggio, in coincidenza con il Giorno Internazionale della Donna e la Festa della Mamma.  

    Per Olga Salanueva e Adriana Perez  proponiamo:  

    - menzionare la richiesta per i visti ad Adriana e Olga in tutte le azioni che si realizzano nel Giorno Internazionale della Donna. 

    -Sollecitare giornaliste e scrittrici a ricordare le violazioni che subiscono le due donne cubane.

    -Sensibilizzare le donne parlamentari.     

    -Inviare messaggi a Condoleeza Rice. 

    -Consegnare i documenti di protesta nelle sedi dei Consolati degli Usa in America Latina ed Europa. 

    -Realizzare conferenze che trattino questa flagrante violazione, come una nuova forma di tortura sui prigionieri e di violenza sulle due donne.

     

    Per maggiori  informazioni:

    trebol@enet.cu   

    libertadalos5ya@gmail.com

    ajrapko@yahoo.com

    February 09

    SINDACATO DI PRECARI

     

                              San precario da Buenos Aires

    Per combattere lo sfruttamento nasce a Buenos Aires il Coordinamento dei lavoratori precari

     
    Una buona notizia ha chiuso l’anno in Argentina: grazie agli studenti delle facoltà di Filosofia, Scienze sociali e Lettere della capitale, Buenos Aires, è nato il sindacato dei lavoratori precari.
    L’obiettivo dell’organizzazione, il cui nome per esteso è Coordinadora de Trabajadores Precarizados, è quello di condividere le esperienze dei lavoratori e mettere a punto nuove strategie che permettano di resistere a un modello lavorativo che li sfrutta.
     
    Novità in vista. Da oggi, dunque, camerieri, impiegati dei call center e praticanti degli studi professionali, che guadagnano stipendi molto bassi e non godono di tutti i diritti del mondo del lavoro, sono un po’ meno soli. E il primo dibattito sottoposto all’attenzione della Coordinadora è quello sull’effettiva efficacia del praticantato per gli studenti. “Vorremmo che il praticantato fosse riconosciuto come un lavoro” racconta Emilio Arango, uno dei partecipanti alla riunione della Coordinadora e membro dell’associazione Oficios Varios. “Quando eserciti un praticantato ti dicono che serve per il tuo futuro, che è un buon trampolino di lancio per una folgorante carriera, ti dicono che è una possibilità per guadagnare del denaro o che ti serve per fare carriera. Poi in effetti si lavora tanto quanto i regolari, però senza vacanze e senza tredicesima”.
     
    Precari. I precari, hanno deciso di formare tre commissioni di lavoro: una commissione stampa  e diffusione, un'altra che si occupi di analizzare con strumenti legali la difesa dei diritti dei lavoratori e una terza che studi il ruolo delle università nel mondo dei precari. Anche in questo caso la creazione delle commissioni di lavoro ha uno scopo ben preciso, come assicura Arango: dimostrare che il precariato non è solo una condizione giovanile, e nemmeno propria di un solo genere di lavoro. La precarietà quindi è vista non come un problema sociale ma come un nuovo modello lavorativo. Per Arango, però,  “La vera sfida consisterà nel trovare una forma innovativa che non sia legata ai vecchi sistemi di resistenza del sindacato. Chi ha voluto la precarietà è stato molto creativo per levarsi dai piedi il costo del lavoro. Noi con la Coordinadora, dobbiamo essere altrettanto creativi per difenderlO".
     
                                                     Alessandro Grandi/Peace reporter
    January 24

    Lettera per Abir

    Diffondiamo la lettera inviata dall'europarlamentare Luisa Morgantini:

    Questa mattina i medici staccheranno la spina di Abir, 9 anni, ricoverata nell'ospedale Hadassah di Gerusalemme. E' stata colpita nella scuola di Anata, un paese vicino a Ramallah, da un colpo sparato con pallottola di gomma dai soldati israeliani.

    Era con sua sorella di 11 anni e altre bambini e bambine della scuola. I soldati sono arrivati, i bimbi hanno tirato pietre e i soldati hanno sparato. Abir è stata colpita alla testa.

    Anat é la scuola dove il muro trancia a metà il cortile e dove nell'Aprile scorso abbiamo lanciato, con una grande iniziativa, il gruppo Combatants for Peace composto da ex soldati israeliani e ex combattenti e prigionieri palestinesi. Abir è la figlia di Bassam e Salwa. Bassam è uno dei fondatori di Combatants for Peace ed un uomo straordinario,  è stato in carcere per 7 anni.

    Quando è venuto al Parlamento Europeo insieme ad Elik, Suleiman and Zohar, mentre parlava vi era un silenzio incredibile ed ognuno ascoltava le sue parole e il processo faticoso di accettare "l' altro" e di lavorare insieme perchè non vi fosse più violenza.

    All'ospedale con Bassam e Salwa vi sono Zohar e altri israeliani del gruppo combatants for peace. Ed oggi alle 10, i combattenti per la pace hanno chiamato ad una manifestazione davanti alla scuola di Anata.

    Vorrei tanto che inviaste delle mail a Bassam e Salwa per dir loro che non sono soli . 

    email bassaam6@yahoo.com . 

    Luisa Morgantini

     

    __________________________________________________________
     

    January 11

    GRANDE EVO!!!

     

                                Riserve indiane

    Si è mai visto un indiano imporre all’uomo bianco un visto per l’entrata nelle riserve? A partire dal primo gennaio 2007 i cittadini degli Stati uniti dovranno richiedere il visto per entrare in Bolivia, fino a poco tempo fa una delle riserve indiane più classiche (e ricche).

    Lo ha deciso il presidente Evo Morales, un indio aymara, nella riunione di governo convocata alla mezzanotte fra il 31 dicembre e l’1 gennaio nel Palacio Quemado di La Paz.

    Strano giorno e strana ora per un consiglio dei ministri. Simbolici. Per dire che a partire dal 2007 un’epoca è finita e un’altra è cominciata.

    Il decreto di Evo potrebbe sembrare una ripicca di uno che passa per essere troppo amico di Fidel Castro e Hugo Chavez e quindi nemico di George Bush. Ma è solo l’applicazione della regola aurea della diplomazia di qualisiasi paese sovrano. «Il principio della reciprocità», come ha detto ieri il ministro degli esteri boliviano David Choquehuanca, nome e faccia da aymara.

    Gli Stati uniti esigono il visto d’entrata per i cittadini boliviani, la Bolivia esige il visto d’entrata per i cittadini statunitensi. Né di più né di meno. Però suona strano sapere che nella Bolivia per la prima volta indipendente dopo 200 anni di «indipendenza» gli Stati uniti sono passati dal primo al terzo livello. Dal primo livello, i paesi i cui cittadini non hanno bisogno di visto d’entrata, al terzo livello. Insieme all’Angola, Buthan, Ciad, Congo, Ruanda, Somalia, Yemen, Indonesia, Taiwan (e alla Cina).

    Ultimamente il vecchio «cortile di casa» dà segni di insofferenza. Un paio d’anni fa il Brasile di Lula impose ai cittadini statunitensi che andavano a svernare sulle spiagge di Rio l’obbligo umiliante delle impronte digitali (reciprocità anche allora). Ora la Bolivia di Evo. Ma anche del gas e del petrolio, e della coca. Tutti generi che sul mercato Usa tirano. Via col visto, allora. In attesa di sapere se il prossimo passo sarà quello di obbligare i boliviani che vogliono sbarcare negli Stati uniti a rivelare - come si è appena saputo che ha accettato di fare l’Europa - il numero delle carte di credito e delle e-mail, cosa mangiano e con chi vanno a letto, per quale squadra tifano. Chissà che, nel caso, gli aymara Evo e Choquehuanca non mostrino più dignità e decenza di noi europei



    Di : Maurizio Matteuzzi
    sabato 6 Gennaio 2007
    BELLA CIAO

    December 29

    HAPPY NEW YEAR!!!

    So this is Xmas
    and what have we done?
    Another year over
    and a new one just began.
     
     E NOI, COSA ABBIAMO FATTO???
     
     
    December 10

    UN FILM DA NON PERDERE...

             LA DIGNIDAD DE LOS NADIES
                                 LA DIGNITA' DEGLI ULTIMI
                          di Fernando "Pino" Solanas
     
     

    Sappiamo quello che non vogliamo, dicono i protagonisti, e quello che vogliamo lo costruiremo insieme".

     Durante gli anni ’90 reiterarono l’idea che la realtà non poteva essere cambiata, che, dovevamo rassegnarci alla via unica neoliberista. Una cultura della sconfitta, amnesiaca, e ipocrita, si infiltrò nel profondo dei sentimenti di milioni di persone. Ma un’altra realtà veniva dimostrata, diversa, attraverso mille di atti individuali e collettivi. Con “La Dignità…” ho voluto rivelare le piccole vittorie e prodezze quotidiane dei “nessuno” (los nadies), alternative e proposte solidali che dimostrano come un mondo può essere cambiato.Fernando "Pino" Solanas".
     

    Diceva Eduardo Galeano che i “nessuno” ( los nadies) erano quelli che costavano meno della pallottola che li ammazzava, i poveri che  nonostante avessero tutto contro, continuavano a vivere tentando, aspettando.

    "Una fabbrica può funzionare senza padrone, ma non funziona senza operai" dicevano nelle fabbricche recuperate.
     
    December 07

    I MAPUCHE CONTESTANO BENETTON

        LA TIERRA NO SE VENDE

    I mapuche contestano Benetton Le prime uscite di shopping natalizio, al centro di Roma, hanno avuto mercoledì 6 dicembre un fuoriprogramma. Due rappresentanti del popolo indigeno mapuche, Rogelio Fermin e Dina Huincaleo, arrivati dall’Argentina, hanno contestato la multinazionale italiana Benetton, con un’azione davanti al negozio dell’azienda, a Piazza di Spagna. Le foto sono di Simona Granati.

    http://www.carta.org/

    Roma: indigeni Mapuche protestano contro la Benetton mercoledì, 06 dicembre, 2006

    Terre ancestrali dei Mapuche - da nadir.org Una delegazione di indigeni Mapuche, popolo nativo della Patagonia Argentina ha manifestato oggi contro la Benetton di fronte ad una delle sue principali filiali, a Piazza di Spagna - informa l’associazione A Sud. Il popolo Mapuche, che vive nella regione della Patagonia, denunciato il gruppo italiano Benetton - proprietario di oltre 900 ettari nel sud dell’Argentina - perchè responsabile dell’espropriazione e dello sfruttamento delle terre indigene.

    Il conflitto risale all’ottobre 2002 quando la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir, proprietaria di 250 etteri di terra nella provincia di Chubut, 1500 chilometri a sud est di Buenos Aires, venne espulsa dalle proprie terre per volontà della compagnia italiana. In quella zona, è stato dimostrato, sono presenti giacimenti minerari d’oro. La denuncia della famiglia Curiñanco-Nahuelquir si risolse, nel maggio successivo, con una sentenza del tribunale locale che proclamò proprietaria della terra la Compagnia Tierras Sud Argentino, impresa di orgine britannica appartenente al consorzio tessile italiano dal 1991.

    In seguito alla sentenza intervenne il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel. In una lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica, Pérez Esquivel denunciò che la Benetton, come altre grandi imprese straniere presenti nella zona, appropriandosi dei territori indigeni impedisce alle comunità native l’accesso all’acqua e alle vie di comunicazione.

    “Provo stupore e dolore a sapere che lei, un imprenditore di livello internazionale, si è avvalso dei soldi e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere le terre ad una povera famiglia di fratelli Mapuche, nella provincia di Chubut, nella Patagonia argentina” - scriveva Pérez Esquivel. “Le cittadine e i cittadini di Treviso, sede delle sua azienda, non so cosa pensano delle sue attività. Mi auguro che reagiscano con senso critico e pretendano che lei si agisca con dignità, restituendo questi 385 ettari ai suoi legittimi proprietari, ponendo fine a questo furto. Sarebbe un gesto di grande levatura morale e le assicuro che ne riceverebbe di più che con le terre” - concludeva il Premio Nobel. A distanza di anni il conflitto è ancora aperto. [GB]

    http://unimondo.oneworld.net

    TUTTI GLI ARTICOLI E FOTO CORRELATE AL LINK:

    http://www.edoneo.org/Diez.html

    November 28

    MESSICO

    MESSICO: IL MINISTRO DELLA TORTURA
     

    GUADALAJARA - Mentre a Oaxaca si galoppa verso il punto di non ritorno, tre giorni fa, lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, ha raccontato a chi scrive un episodio dell'ultima campagna elettorale messicana, che sembra preso di peso dalla storia del 18 aprile 1948 in Italia. Nello stato di Jalisco, governato da 12 anni dal PAN, in 450 parrocchie, si sono trovate almeno due persone che hanno sottoscritto denunce contro i parroci che hanno fatto apertamente campagna elettorale contro Andrés Manuel López Obrador: "in tutte le denunce -dice Taibo II- i parroci hanno affermato che AMLO sarebbe andato a levare le scarpe ai bambini dei parrocchiani".

    Al di sopra dei parroci c'erano di concerto la curia di Guadalajara -la regione più conservatrice del paese- e il governatore dello Stato Jalisco, del quale Guadalajara è capitale, Francisco Ramírez Acuña (nella foto con Vicente Fox).

    È quello stesso Ramírez Acuña che il 28 maggio 2004 lanciò Felipe Calderón come precandidato alla Presidenza e che oggi, con la nomina a Ministro dell'Interno, passa all'incasso di quell'assegno in bianco. In quelle stesse ore, il dettaglio é particolarmente sinistro, un centinaio di ragazze e ragazzi venivano torturati nella Bolzaneto di Guadalajara.

    Furono giorni eccitanti per Ramírez Acuña. A Guadalajara -la stupenda capitale della Tequila- si teneva il vertice euroamericano. Tra gli altri andarono Romano Prodi come commissario europeo e Franco Frattini, all'epoca Ministro degli Esteri di Silvio Berlusconi. Ramírez Acuña si vantò pubblicamente di avere infiltrato i manifestanti che protestavano contro quel vertice per provocare incidenti tra i manifestanti pacifici, capeggiati dal futuro presidente boliviano Evo Morales, e la polizia.

    Ma il meglio doveva ancora arrivare, lo ricorda Jaime Áviles, inviato de La Jornada: la sera dopo gli scontri Ramírez Acuña ordinò "voglio cento detenuti, subito!"

    Come nella Roma occupata, decine di camionette percorsero la città a razziare giovani. Furono presi per i capelli dai ristoranti, dai giardini, dai bar, fino a raggiungere il numero richiesto dal Kesserling di Jalisco. Un ragazzo di Monterrey fu sequestrato direttamente dalla Croce Rossa dove era arrivato coperto di sangue.

    Ragazze e ragazzi furono portati in un sottoscala della direzione alla sicurezza. Le donne furono denudate e abusate sessualmente, gli uomini furono picchiati selvaggiamente. La mattina dopo la metà fu liberata, e l'altra metà fu ancora torturata fino a firmare confessioni fantasiose per crimini mai commessi per le quali -conclude Áviles- alcuni furono tenuti in carcere per un anno e altri pagarono multe astronomiche.

    Quello del vertice del 2004, è solo uno degli episodi sinistri nei quali fu coinvolto Ramírez Acuña. Già nel 1999 un detenuto per presunti crimini comuni morì sotto tortura. Nel 2002, un una località isolata, si teneva un rave che radunava migliaia di giovani. Con la scusa della presenza di droga, nella retata ne furono detenuti 1.500. La Commissione Statale per i Diritti Umani (CEDH) afferma che le detenzioni furono arbitrarie e che il trattamento dei giovani fu crudele, inumano e degradante.

    Proprio la CEDH denuncia che il Governatore Ramírez Acuña è stato l'uomo chiave nel permettere e proteggere garantendo l'impunità per almeno 640 casi di tortura certificati in Jalisco tra il 2001 e il 2005, anno nel quale si arrivò al record di 132 denunce per tortura. Secondo la CEDH -sempre ignorata da Ramírez Acuña- il dato non definitivo del 2006 sicuramente supererà tale record. Di nuovo, in particolare, i rapporti che condannano Ramírez Acuña parlano di "persistente intolleranza verso le manifestazioni giovanili e l'esercizio, da parte dei giovani, di diritti civili e politici". Durante il suo governatorato "installò un'ideologia morale piena di pregiudizi sui giovani, le loro forme di espressione e identità, i loro diritti". Cinquantasei organizzazioni per i diritti umani -Tra queste Amnistia Internazionale e Human Rights Watch- si sono già espresse contro la nomina di Ramírez Acuña per fatti così gravi che lo rendono incompatibile per ogni incarico pubblico.

    Questo campione della riconciliazione e della tolleranza è stato scelto da Felipe Calderón e dagli interessi che maneggiano come un'opera dei pupi il suo governo clerical-confindustriale come nuovo Ministro dell'Interno. Più chiaro di cosí il segnale del nuovo governo ai mille conflitti sociali che tormentano il Messico non poteva essere: repressione, mano dura, tortura. Il Messico è ad un passo da una svolta autoritaria.

    November 24

    ANCORA...

    Roma, processo ai torturatori di Garage Olimpo


     foto ansa
    Il nove e il dieci novembre verrà inserito un altro tassello nel complicato mosaico delle sparizioni legate alla dittatura argentina: si apre a Roma, nell´aula bunker di Rebibbia il secondo processo italiano, per la scomparsa di cittadini italo-argentini negli anni della dittatura che governò il Paese dal 1976 al 1983.

    Tutto ha inizio il 24 marzo 1976, quando il generale Jorge Videla instaura il regime militare. Quelli furono gli anni bui della dittatura, gli anni della guerra sucia (guerra sporca), dove sequestri, sparizioni e esecuzioni sommarie costarono la vita a oltre trentamila persone.

    Tra i tanti desaparecidos (scomparsi) a non fare più ritorno, tre persone italo-argentine che furono detenute nella base sotterranea della caserma della marina militare denominata Esma; un luogo di tortura, posto nel centro di Bueno Aires, dove sono passate 5.500 persone senza fare più ritorno.

    «Per loro e per chi non ha ancora ottenuto giustizia stiamo combattendo anche con questo processo» spiega Innocencia Luca vedova di Giovanni Pegoraro e madre di Susanna, entrambi desaparecidos visti ancora vivi l´ultima volta nella caserma dell´Esma da numerosi testimoni.

    Susanna quando scomparve aveva 21 anni ed era incinta. Il suo successivo omicidio e la sottrazione del figlio sono stati provati dalle inchieste delle associazioni umanitarie argentine Madres de Plaza de Mayo e Abuelas de Plaza de Mayo (madri e nonne della Plaza de Mayo di Buenos Aires, la piazza antistante il palazzo della presidenza, dove le donne si riuniscono ogni giovedì dal 30 aprile del 1977 perché vogliono conoscere il destino dei loro congiunti).

    «A pagare per questa e per altre storie di morte sono stati in pochissimi fino ad oggi, ma, in questo trentesimo anniversario dal golpe argentino, il rinvio a giudizio di cinque militari responsabili delle stragi ci apre un futuro di speranza e ci fa fare i conti con un passato tragico. L´impunità di cui hanno goduto sino ad ora questi assassini deve essere superata attraverso la giustizia». A parlare è Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de plaza de Mayo che, per la causa che difende è stata vittima di un attentato.

    «Ma le vittime della guerra sporca meritano giustizia» spiega Estela che ha visto scomparire la figlia ventitreenne incinta di un nipote portato via da sua madre cinque ore dopo il parto. «Siamo grati al pubblico ministero Francesco Caporale che ha ottenuto il rinvio a giudizio del latitante Jorge Vildoza, ricercato in Spagna e in Italia, dei già detenuti Jorge "tigre" Acosta , Antonio Febres, Antonio Vanek e Alfredo Astiz, con l´accusa di omicidio volontario premeditato».

    Il soprannome che veniva attribuito a questi personaggi durante il regime era angeli della morte e si capisce perché dal racconto raccapricciante di alcuni testimoni: «i prigionieri che venivano caricati sugli aerei venivano addormentati con un sonnifero, poi dopo un´iniezione di sedativo più potente, venivano buttati vivi nel mare, un´esecuzione senza appello che i soldati argentini avevano appreso, insieme ad altri metodi controrivoluzionari, dai fuoriusciti francesi della guerra d´Algeria che avevano trovato riparo in Sud America».

    Una battaglia difficile per punire i colpevoli di questo silenzioso genocidio che è potuta continuare solo grazie all´abolizione delle leggi sull´immunità, da parte della suprema Corte di giustizia argentina. Leggi che proteggevano i responsabili di quelle atrocità. In Argentina sono attualmente in corso almeno 100 processi con 230 militari e poliziotti in stato d´arresto. A luglio 2006 c´è stata la prima condanna di un sottufficiale della polizia federale che ha avuto 25 anni di carcere per aver torturato prigionieri.

    «Questa è un grande passo avanti per chi ha dovuto assistere a certe ingiustizie per chi quegli orrori li ha vissuti», spiega il regista Marco Bechis, che a vent´anni venne sequestrato e detenuto dai torturatori argentini per quattro mesi in un carcere clandestino chiamato Club Atletico. Bechis decise di farne un film Garage Olimpo.

    E tra le tante iniziative proposte per la memoria del genocidio c´è la traduzione teatrale del lavoro di Bechis che va in scena martedì 7 novembre, al teatro l´Orangerie di Roma. Un progetto che, spiega il regista, è un modo per far capire davvero agli spettatori le paure e l´angoscia dei desaparecidos. Un palcoscenico che sarà una prigione, gli spettatori esposti in prima persona al terrore e al supplizio.

    «Dietro questa scelta si nasconde il forte desiderio di avere giustizia chiedendo aiuto anche ai cittadini italiani che devono sapere - spiega Bechis - perché la sentenza italiana non avrà valore in Argentina se i processati non compariranno, si emetterebbero condanne in contumacia, ma la procedura argentina non prevede questo tipo di giudizio, per cui non riconoscerebbe la sentenza di Roma e un´altra impunità sarebbe compiuta».

                                                      

                         Luigina D'Emilio/ L'UNITA'ONLINE

    October 27

    UN ANNO FA.....

     
     
    Un anno fa... cominciavo questo blog  per essere un poco più vicina alla mia gente (Asi estoy un poquito màs cerca), ma oggi mi trovo con tanti  nuovi amici, che mi sono vicini in modo un po' speciale, oggi vedo l'Italia con occhi diversi, senza tanta paura, senza tanta solitudine, con gente che mi ha fatto capire che posso trovare "la mia gente" dovunque,
     
    Grazie per questo anno pieno di parole, di lotta, di solidarietà, di amicizia....Gracias!!!
     
    Un anno fa scrivevo su un film italiano che in Argentina mi aveva fatto emozionare, e che allora guardavo in modo diverso, forse con più nostalgia...
     
     
     
    Nuda sei semplice come una delle tue mani,Image Hosted by ImageShack.us
    liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
    hai linee di luna, sentieri di mela,
    nuda sei delicata come il grano nudo.

    Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
    hai rampicanti e stelle  fra i capelli,
    nuda sei enorme e gialla
    come l'estate in una chiesa d'oro.

    Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
    curva, sottile, rosea finch nasce il giorno
    e t'addentri nel sotterraneo del mondo

    come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
    la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
    e di nuovo torna a essere una mano nuda.

    October 24

    LA BARBARIE DELLA LAPIDAZIONE

                         Piovono pietre
    La lapidazione pubblica è una barbarie che nell’immaginario comune viene spesso associata all’Afghanistan dei talebani o alle province più remote del Pakistan. Certo non ci si attendeva che la morte di una giovane ragazza di 22 anni si aggiungesse agli orrori della guerra in Iraq.
     
    Il fatto. È accaduto nella provincia di Al Qaim, circa 300 chilometri da Baghdad, nella parte occidentale dell’Iraq, vicino al confine con la Siria. La notizia è filtrata solo grazie alla testimonianza dei medici che hanno recuperato il corpo martoriato dalle pietre. La giovane, il cui nome non è stato divulgato, è stata accusata di adulterio e condannata da una giuria islamica. L’esecuzione è avvenuta secondo le modalità prescritte dalla sharia, la legge islamica, di fronte all’intera popolazione della città, convocata per assistere alla pena esemplare. Secondo fonti giornalistiche irachene, non si tratterebbe di un caso isolato, al Qaim non è un isola del radicalismo islamico, volantini minatori nei confronti delle donne sono stati distribuiti, negli ultimi giorni, anche in diverse moschee e scuole di Hit, a 250 chilometri dalla capitale. Le donne sotto i 14 anni non devono frequentare le scuole che, in nessun caso, devono essere miste. Gli autori, che minacciano di morte chiunque violerà il divieto, sono sunniti affiliati con la rete di Al Qaeda.
     
    Rituale. La sharia prevede la pena di morte per l’adulterio, sia per gli uomini che per le donne, ma per essere condannati o difendersi è necessario presentare alcuni testimoni che comprovino la propria versione. La discriminazione sta nel fatto che la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo. La legge islamica prevede che il tradimento debba essere scoperto in flagrante, che l’esecuzione sia pubblica e che il condannato debba essere seppellito nel terreno –fino alla cintola gli uomini, fino alle ascelle le donne. Tra i carnefici è prevista la presenza di un giudice islamico e di un esponente della parte lesa. Il codice prescrive nel dettaglio anche la misura delle pietre da usare, scelte in modo tale da non provocare una morte troppo rapida, i versetti da recitare tra un lancio e l’altro e anche le scappatoie: se il condannato riesce a liberarsi e fuggire viene graziato, cosa che per una donna seppellita è praticamente impossibile.leggi tutto...

     
    October 15

    PREMIO NOBEL ALLA BANCA ETICA. PERCHE’ NON CANCELLARE IL DEBITO?

    Festeggiare il Nobel per la pace di Muhammad Yunus rappresenta la grande vittoria dell' "economia dal basso", del "microcredito" e della "banca etica", di quella teoria economica che fa della cooperazione e della solidarietà tra i soggetti il motore dell'economia, dello sviluppo e della sopravvivenza delle etnie.

    Un premio Nobel va ad un economista che grazie alla sua intuizione ha dato vita ad un'istituzione, la Banca Grameen, il cui funzionamento si basa sulla creazione di un gruppo di persone e imprese che partecipano all'istituto di credito come azionisti perché depositanti o soggetti finanziati e diventano responsabili solidali per la garanzia del credito concesso, mantenendo sempre un sufficiente livello di capitale per far girare i prestiti. Era la "banca del villaggio e dei poveri" ed è diventata negli anni una holding, con sedi in tutto il mondo, ed è ora la banca del Microcredito, una "Microfinance Institution" (MFI) che nient'altro è che un progetto del Fondo Monetario Internazionale per combattere l'impoverimento dei popoli.

    Allora ci chiediamo, perché il FMI finanzia e sostiene il progetto della Banca Etica ma non decide per la cancellazione del debito dei Paesi sottosviluppati? Perché reclude questo tipo di banca tra i progetti per l'impoverimento e non adotta i suoi principi base nel sistema economico e finanziario?

    La teoria di Yunus non solo era efficace, ma pericolosa, e per tale motivo è stata inserita nei programmi di sviluppo del FMI, che ha potuto così controllarne la diffusione, l'evoluzione e anche la sua teorizzazione. La portata di questi sistemi creditizi solidali è tutt'altro che trascurabile, ha un forte impatto sull'economia dei paesi composta da piccole e medie imprese o da società non incluse nel circuito delle multinazionali. Innestarle su un territorio vuol dire conferire ad una comunità una fonte di autofinanziamento basato sulla reciproca compensazione degli scambi e sull'eticità della politica del credito, che vive solo nell'interesse dei soci. La diffusione capillare di questo sistema anche nei paesi industrializzati avrebbe evitato molte concentrazioni e fusioni aziendali, che spesso sono infatti dettate da esigenze di credito, nonché una spietata concorrenza verso gli istituti di credito che usurano sul tempo e sull'attività economica delle imprese. È facile dunque capire la forza distruttiva di una tale scoperta, di questa come di molte altre, per cui se non è possibile distruggere un nemico con mezzi convenzionali, lo si imita e lo si fa entrare nel proprio sistema, constringendolo a giocare secondo le proprie regole.
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    October 08

    CONSTERNADOS Y RABIOSOS

    Así estamos
    consternados
    rabiosos
    aunque esta muerte sea
    uno de los absurdos previsibles

    da vergüenza mirar
    los cuadros
    los sillones
    las alfombras
    sacar una botella del refrigerador
    teclear las tres letras mundiales de tu nombre
    en la rígida máquina
    que nunca
    nunca estuvo
    con la cinta tan pálida

    vergüenza tener frío
    y arrimarse a la estufa como siempre
    tener hambre y comer
    esa cosa tan simple
    abrir el tocadiscos y escuchar en silencio
    sobre todo si es un cuarteto de Mozart

    da vergüenza el confort
    y el asma da vergüenza
    cuando tú comandante estás cayendo
    ametrallado
    fabuloso
    nítido

    eres nuestra conciencia acribillada

    dicen que te quemaron con qué fuego
    van a quemar las buenas
    buenas nuevas
    la irascible ternura
    que trajiste y llevaste
    con tu tos
    con tu barro

    dicen que incineraron
    toda tu vocación
    menos un dedo

    basta para mostrarnos el camino
    para acusar al monstruo y sus tizones
    para apretar de nuevo los gatillos

    así estamos
    consternados
    rabiosos
    claro que con el tiempo la plomiza
    consternación
    se nos ira pasando
    la rabia quedará
    se hará más limpia

    estás muerto
    estás vivo
    estás cayendo
    estás nube
    estás lluvia
    estás estrella

    donde estés
    si es que estás
    si estás llegando

    aprovecha por fin
    a respirar tranquilo
    a llenarte de cielo los pulmones

    donde estés
    si es que estás
    si estás llegando
    será una pena que no exista Dios

    pero habrá otros
    claro que habrá otros
    dignos de recibirte
    comandante.

    Mario Benedetti

    Montevideo, octubre de 1967

    August 07

    FINO A....

    ¿Hasta cuándo?
    Eduardo Galeano Uruguay


    Un país bombardea dos países. La impunidad podría resultar asombrosa si no fuera costumbre. Algunas tímidas protestas dicen que hubo errores. ¿Hasta cuándo los horrores se seguirán llamando errores?

    Esta carnicería de civiles se desató a partir del secuestro de un soldado. ¿Hasta cuándo el secuestro de un soldado israelí podrá justificar el secuestro de la soberanía palestina? ¿Hasta cuándo el secuestro de dos soldados israelíes podrá justificar el secuestro del Líbano entero?

    La cacería de judíos fue, durante siglos, el deporte preferido de los europeos. En Auschwitz desembocó un antiguo río de espantos, que había atravesado toda Europa. ¿Hasta cuándo seguirán los palestinos y otros árabes pagando crímenes que no cometieron?

    Hezbollá no existía cuando Israel arrasó el Líbano en sus invasiones anteriores. ¿Hasta cuándo nos seguiremos creyendo el cuento del agresor agredido, que practica el terrorismo porque tiene derecho a defenderse del terrorismo?

    Iraq, Afganistán, Palestina, Líbano… ¿Hasta cuándo se podrá seguir exterminando países impunemente?

    Las torturas de Abu Ghraib, que han despertado cierto malestar universal, no tienen nada de nuevo para nosotros, los latinoamericanos.  Nuestros militares aprendieron esas técnicas de interrogatorio en la Escuela de las Américas, que ahora perdió el nombre pero no las mañas. ¿Hasta cuándo seguiremos aceptando que la tortura se siga legitimando, como hizo la Corte Suprema de Israel, en nombre de la legítima defensa de la patria?

    Israel ha desoído cuarenta y seis recomendaciones de la Asamblea General y de otros organismos de las Naciones Unidas. ¿Hasta cuándo el gobierno israelí seguirá ejerciendo el privilegio de ser sordo?

    Las Naciones Unidas recomiendan pero no deciden. Cuando deciden, la Casa Blanca impide que decidan, porque tiene derecho de veto. La Casa Blanca ha vetado, en el Consejo de Seguridad, cuarenta resoluciones que condenaban a Israel. ¿Hasta cuándo las Naciones Unidas seguirán actuando como si fueran otro nombre de los EE.UU.?

    Desde que los palestinos fueron desalojados de sus casas y despojados de sus tierras, mucha sangre ha corrido. ¿Hasta cuándo seguirá corriendo la sangre para que la fuerza justifique lo que el derecho niega?

    La historia se repite, día tras día, año tras año, y un israelí muere por cada diez árabes que mueren. ¿Hasta cuándo seguirá valiendo diez veces más la vida de cada israelí?

    En proporción a la población, los cincuenta mil civiles, en su mayoría mujeres y niños, muertos en Iraq, equivalen a ochocientos mil estadounidenses. ¿Hasta cuándo seguiremos aceptando, como si fuera costumbre, la matanza de iraquíes, en una guerra ciega que ha olvidado sus pretextos? ¿Hasta cuándo seguirá siendo normal que los vivos y los muertos sean de  primera, segunda, tercera o cuarta categoría?

    Irán está desarrollando la energía nuclear. ¿Hasta cuándo seguiremos creyendo que eso basta para probar que un país es un peligro para la humanidad? A la llamada comunidad internacional no la angustia para nada el hecho de que Israel tenga doscientas cincuenta bombas atómicas, aunque es un país que vive al borde de un ataque de nervios. ¿Quién maneja el peligrosímetro universal? ¿Habrá sido Irán el país que arrojó las bombas atómicas en Hiroshima y Nagasaki?

    En la era de la globalización, el derecho de presión puede más que el derecho de expresión. Para justificar la ilegal ocupación de tierras palestinas, la guerra se llama paz. Los israelíes son patriotas y los palestinos son terroristas, y los terroristas siembran la alarma universal.

    ¿Hasta cuándo los medios de comunicación seguirán siendo miedos de comunicación?

    Esta matanza de ahora, que no es la primera ni será, me temo, la última, ¿ocurre en silencio? ¿Está mudo el mundo? ¿Hasta cuándo seguirán sonando en campana de palo las voces de la indignación?

    Estos bombardeos matan niños: más de un tercio de las víctimas, no menos de la mitad. Quienes se atreven a denunciarlo son acusados de antisemitismo. ¿Hasta cuándo seguiremos siendo antisemitas los críticos de los crímenes del terrorismo de estado? ¿Hasta cuándo aceptaremos esa extorsión? ¿Son antisemitas los judíos horrorizados por lo que se hace en su nombre? ¿Son antisemitas los árabes, tan semitas como los judíos? ¿Acaso no hay voces árabes que defienden la patria palestina y repudian el manicomio fundamentalista? 

    Los terroristas se parecen entre sí: los terroristas de estado, respetables hombres de gobierno, y los terroristas privados, que son locos sueltos o locos organizados desde los tiempos de la guerra fría contra el totalitarismo comunista. Y todos actúan en nombre de Dios, así se llame Dios o Alá o Jehová. ¿Hasta cuándo seguiremos ignorando que todos los terrorismos desprecian la vida humana y que todos se alimentan mutuamente? ¿No es evidente que en esta guerra entre Israel y Hezbollá son civiles, libaneses, palestinos, israelíes, quienes ponen los muertos?  ¿No es evidente que las guerras de Afganistán y de Iraq y las invasiones de Gaza y del Líbano son incubadoras del odio, que fabrican fanáticos en serie?

    Somos la única especie animal especializada en el exterminio mutuo. Destinamos dos mil quinientos millones de dólares, cada día, a los gastos militares. La miseria y la guerra son hijas del mismo papá: como algunos dioses crueles, come a los vivos y a los muertos. ¿Hasta cuándo seguiremos aceptando que este mundo enamorado de la muerte es nuestro único mundo posible?

    July 14

    MA DI CHE STATE PARLANDO????

     "Se restiamo, siamo complici di un crimine di guerra"
    Lashkargah, Helmand, 12 luglio 2006. Ascoltate da qui, le notizie che arrivano dall’Italia sul cosiddetto dibattito riguardo alla permanenza delle nostre truppe in Afghanistan risultano da un lato surreali e dall’altro confermano la miopia e la pochezza morale di quasi tutta la classe politica italiana. Surreali perché qui all’ospedale di Emergency arrivano di continuo uomini, donne, bambini dilaniati dai missili della Coalizione, travolti dai blindati Usa che hanno l’ordine di non fermarsi per motivi di “sicurezza”.
     
    Nel giorno in cui sto scrivendo queste righe è morto Sardar, 24 anni. Era stato portato in ospedale ieri praticamente spappolato. Il suo bambino di quattro anni ha perso la gamba sinistra, sua moglie un seno e una mano. Colpiti da un missile Usa a caccia di talebani. Ho fatto un nome, potrei farne cento, mille.
    Chi, nel nostro Paese, gioca con la parola pace e ricerca in realtà aggettivi “accettabili” per la parola guerra non ha idea della nausea che ti afferra quando ogni giorno sei costretto a vedere persone ridotte a pezzi di carne ferita e bruciata.
    Quale presenza di pace è quella che si mostra solo chiusa in carri armati o elicotteri che bombardano villaggi di pastori? Qui il volto dell’occidente è solo quello della costante minaccia armata, di soldati assedianti e assediati che fanno paura e che hanno paura.
     
    È così in Iraq trasformato in un mattatoio, in Palestina e ora anche in Libano, domani in Iran, in Somalia, in Sudan…
    Il panorama della guerra si allarga a dismisura con il suo carico di orrori e di odi insanabili per generazioni, se ancora ci saranno generazioni.
    I nostri politici si apprestano a votare per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, con la benedizione del presidente della Repubblica, compatti e trasversali come quando nel 2001 votarono per la partecipazione italiana a questo macello.
    Si adducono motivi di lealtà all’alleanza con gli Usa. Se la guerra è un crimine lo è anche votarlo, e se si è fedeli ad un alleato che compie e perpetra crimini di guerra non si è niente di più e niente di meno che complici.
     
    Di fronte all’enormità della responsabilità etica di questa complicità, motivi come la “stabilità del governo”, “lealtà all’Unione”, il “non riaprire la strada a Berlusconi” sono ridicoli e purtroppo anche terribilmente tragici.
    Diventa sempre più necessario che ognuno di noi, ogni singolo cittadino, trovi i modi e le forme per dissociarsi radicalmente da ogni complicità morale e politica con una classe dirigente nazionale che chiama la guerra “realismo” e le possibilità concrete di pace “utopia” e che ci vuole incoscientemente aprire un futuro di terrore, praticato e subito.
    Una classe dirigente disposta a barattare vite umane nel piccolo bazar della politica nostrana e delle sue miserabili beghe tra partiti, partitini, leader e aspiranti tali, nel timore che se il potente alleato si arrabbia non consentirà più all’uno o all’altro schieramento di spartirsi la prossima volta il centinaio di poltrone da sottosegretario. Forse si poteva “morire per Danzica” ma non si può morire e uccidere per i vostri sederi. 
     
    Vauro Senesi
     
    July 04

    I COLORI INVISIBILI DI BENETTON

    Ve la potete tenere
    La terra che Benetton ha dato ai mapuche è inutilizzabile, una beffa restituita al mittente
    I 7514 ettari di terra che Luciano Benetton ha restituito ai mapuche sono inutilizzabili. E l’amministrazione provinciale di Chubut li rinvia al mittente.
     
    L’apparenza inganna. La lunga diatriva fra gli indigeni mapuche d’Argentina e la multinazionale italiana Benetton non si placa. L’appezzamento che il patron di Treviso – proprietario di quasi un milione di ettari in Patagonia - aveva deciso di restituire ai legittimi proprietari, attraverso l’intermediazione del governo di Chubut, è stato passato al setaccio dall’Istituto nazionale di tecnologia agricola, che ne ha certificato “la poca ricettività produttiva”: solo il cinque percento del totale può essere utilizzato.
     
    Il gioco delle parti. Questa donazione, effettuata nel 2004 da Benetton tramite la Compañia de Tierras del Sud Argentino, azienda prestanome, era stata pensata come unica soluzione a una disputa che vede gli indigeni appellarsi al loro diritto naturale contro quella che loro definiscono un’occupazione illecita. Da una parte c’è, dunque, un governo argentino che con faciloneria ha continuato per decenni a vendere terre ancestrali mapuche, come se fossero statali, rimandando perennemente la questione indigena, trascurandola. Dall’altra c’è una multinazionale che ha legalmente comprato delle terre e si affida a un diritto di proprietà acquistato a suon di pesos. Molte volte i Benetton e imMapuche sono arrivati ai ferri corti.
     
    Problema aggirato. Quei 7514 ettari, dunque, erano stati pensati dalla multinazionale quale maniera per lavarsi la coscienza con gli indigeni: “E’ un contributo concreto, simbolico, alla soluzione di uno scontro storico”, aveva commentato l’azienda italiana. Ma i mapuche, fin da subito, si erano rifiutati di accettarla: “Qui non si tratta di fare filantropismo”, avevano precisato, “Benetton non può donare quello che non gli appartiene”.
    Ed era stato allora che la Compañia de Tierras del Sud Argentino aveva aggirato il problema, cambiando destinatario. Nel novembre del 2005 la proprietà fu offerta al governo di Chubut, zona a maggioranza indigena, con il fine ufficiale di “concretizzare un progetto sostenibile a beneficio delle famiglie aborigene della regione”. In un comunicato pieno di buone intenzioni, spiegava: “Abbiamo optato per la politica del possibile, dando un apporto completo che unisca la qualità alla quantità. Probabilmente saremo i primi a farlo, ma a noi interessa che questa iniziativa sia presa anche da altri, per contribuire alla soluzione del problema secolare”. Da qui lo studio di fattibilità affidato dal governo di Chubut agli ingegneri agronomi dell’Agencia de Extension de Esquel del Instituto Nacional de Tecnologia Agropecuaria (Inta).
     
    A caval donato… Si tratta di una zona a cinquanta chilometri dalla località di Gualjaina e a 150 da Esquel. La proprietà avrebbe dovuto restare in mano alla provincia, che l’avrebbe però destinata a esclusivo uso e consumo del popolo mapuche, che a sua volta avrebbe elaborato progetti produttivi per lavorarla. Poi la doccia fredda. Non solo il terreno ha poca ricettività produttiva, ma anche gli investimenti necessari per utilizzarla e renderla produttiva nel tempo sono risultati “sproporzionati”. Secondo i normali parametri produttivi, si tratta di una terra che, nonostante l’estensione, può bastare a sfamare al massimo due famiglie. “Per il 95 percento è composta da zone alluvionali, aree montuose, gole profonde, terreni rocciosi, e le poche zone su pendii lievi sono esposte a condizioni climatiche molto avverse, con venti forti e temperature estreme”. Quindi non solo la produzione agricola risulta impossibile, ma anche l’allevamento. Da qui la decisione del governo di Chubut di restituire tutto al mittente. Che Benetton contasse sul proverbio “A caval donato non si guarda in bocca”?  
     
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